I ragazzi che ritornano a scuola assolvono al loro compito, sanno che dovranno studiare e apprendere. Per cinque anni il loro futuro è in qualche modo assicurato e sereno, ma all’approssimarsi degli esami conclusivi, ormai maggiorenni, entrano in crisi perché guardano ad un futuro che non c’è. Se il presente liquido tende addirittura a volatizzarsi, il futuro non appare neanche, avvolto da un fitto strato di smog.

Noi adulti spesso guardiamo al passato con malinconica nostalgia, idealizzandolo. Ma i nostri eredi, a cosa possono rivolgere i pensieri se le rassicurazioni fatte loro al massimo prendono forma di raccomandazioni, e la loro eredità è fatta solo di debiti e cambiali scadute? Non si ribellano neanche più a questo “stato di cose”, al massimo ci regalano la loro indifferenza e i loro silenzi.

La scuola allora, luogo diffuso e capillare, prima ed oltre il giusto controllo sulle vaccinazioni, sul sapere, le potestà genitoriali……. È IL LUOGO per antonomasia. Luogo di incontro, di scambio e di parola, di divieti e sacrifici, di collaborazione. Luogo dove imparare ad essere autonomi, anche senza l’aiuto della società il cui lascito è a pezzi, criticando e demolendo per ricostruire. Il nuovo umanesimo militante e scientifico, deve essere in campo prima che i ragazzi abbandonino, una generazione dopo l’altra, il luogo deputato a tutto questo. Il nuovo uovo di Colombo è sul tavolo: la scuola non interpreta più i gusti e le attitudini di una società la cui cultura non è più trasmissibile. Rompe con le consuetudini e rilancia gli schemi culturali suoi propri, non riconoscendo ad altri alcuna primazia, detta tempi e condizioni per creare discontinuità con il passato. Bucare il presente per attraversare l’indifferenza, il tempo della solitudine e dell’ incertezza, per vedere finalmente il futuro: questa la sua missione istituzionale. La scuola si fa stato culturale per necessità.

Le lezioni sono appena cominciate, buon anno a tutti.

Roberto Vecchioni - "Quando studiavo io..."

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